Etica, ispirazione e AI: ripensare il fundraising nell’era della complessità

Etica, ispirazione e AI: ripensare il fundraising nell’era della complessità

Negli ultimi giorni ho ripreso un articolo (pubblicato il 24 marzo 2025) che mi ha colpito in modo particolare. Lo hanno condiviso Matteo Roversi e Paolo Gervasi nella loro newsletter Futuri Preferibili, una fonte di riflessione stimolante per chi si occupa di innovazione, cultura e trasformazione sociale.Loro sono troppo forti, iscrivetevi alla newsletter perchè a non farlo perdete solo opportunità di crescita.

Da qui, ho provato a declinarlo per il terzo settore e eil fundraising.

La riscoperta dell’intuizione come forma di conoscenza

Per oltre un secolo, il linguaggio della razionalità ha accompagnato la marcia trionfale della scienza, della tecnica e dell’economia. Dall’Ottocento fino agli anni più recenti, si è affermato un modello basato sulla logica, sulla misurazione, sull’efficienza. In questo scenario si è diffusa una filosofia manageriale che Paul Worthington ha definito “measureship”: l’idea che tutto ciò che si può misurare si può anche gestire.

Ma questa visione presenta una debolezza profonda. In realtà, come sottolineano gli autori, non misuriamo ciò che è importante: gestiamo solo ciò che possiamo misurare. È una logica che ha portato il management a privilegiare l’efficienza quantitativa, mettendo da parte l’esperienza, l’intuizione e la dimensione qualitativa del giudizio.

E proprio contro questa riduzione della complessità si sta alzando oggi una nuova esigenza: quella di tornare a pensare e agire anche con strumenti meno lineari, più umani.

Il testo in questione analizza un fenomeno tanto affascinante quanto significativo: la progressiva rivalutazione dell’intuizione e dell’immaginazione come modalità legittime di conoscenza, orientamento decisionale e leadership.

Questo cambiamento emerge dallo studio dei linguaggi, dalle ricerche accademiche e dalle trasformazioni nei profili di competenze richieste ai leader contemporanei. In sostanza, si profila un mutamento culturale profondo, che riguarda anche il modo in cui operiamo all’interno del Terzo Settore.

Il punto centrale dell’articolo è che dopo un lungo periodo dominato dal pensiero razionale, misurabile e orientato all’efficienza, si sta facendo strada un ritorno a dimensioni meno quantificabili ma altrettanto fondamentali: empatia, percezione soggettiva, ascolto, immaginazione, intuizione. Dimensioni che non si oppongono al pensiero analitico, ma lo completano e lo arricchiscono.

L’intelligenza artificiale come alleata della complessità

In modo interessante, il testo suggerisce che l’intelligenza artificiale, contrariamente alle previsioni più semplicistiche, potrebbe diventare una risorsa preziosa per valorizzare questi aspetti qualitativi.

In particolare, l’AI generativa ha la capacità di lavorare con dati non strutturati, interpretare segnali complessi, facilitare processi creativi e narrativi. Non serve solo a ottimizzare ciò che già conosciamo, ma può aiutarci a esplorare ciò che ancora non vediamo chiaramente.

Le implicazioni per il Terzo Settore e il fundraising

Ma cosa implica tutto questo per il mondo del non profit, per il fundraising, per le organizzazioni che operano con finalità sociali ed educative?

Significa, innanzitutto, rivalutare l’intuizione come competenza strategica. Il lavoro sociale e culturale non può essere interamente codificato in modelli previsionali: si basa su relazioni, su contesti in trasformazione continua, su segnali spesso ambigui.

Il fundraising, in particolare, richiede capacità di ascolto, lettura delle sfumature, comprensione dei bisogni e delle motivazioni delle persone.

Oltre le metriche: il valore delle storie

Le metriche restano fondamentali, certo, ma non esauriscono la complessità del valore che cerchiamo di generare. Spesso i risultati più importanti del nostro lavoro non sono immediatamente visibili, né facilmente misurabili: la costruzione della fiducia, l’attivazione di un cambiamento interiore, la capacità di ispirare una visione comune.

In questo senso, le narrazioni diventano strumenti potenti per integrare l’analisi dei dati con l’esplorazione dei significati.

Raccontare storie, raccogliere testimonianze, osservare l’evoluzione di una relazione con un donatore o con una comunità non sono attività secondarie, ma parti centrali di una strategia che vuole essere trasformativa, non solo efficiente.

Immaginare il futuro come atto progettuale

Infine, difendere lo spazio dell’immaginazione significa anche permettersi di progettare futuri alternativi, di sognare possibilità che ancora non rientrano nelle metriche o nei bilanci. Ogni innovazione sociale nasce da un’intuizione, da un’ipotesi non ancora verificabile, da un atto di fiducia.

In un’epoca in cui sapere tutto sembra possibile, potrebbe essere proprio l’AI a restituirci la consapevolezza di quanto ancora non sappiamo. Ed è in questa consapevolezza che si apre lo spazio più fertile per la conoscenza, la creatività e la trasformazione sociale.

Grazie a Matteo Roversi e Paolo Gervasi per aver condiviso queste riflessioni preziose, che contribuiscono a ripensare il nostro modo di conoscere, progettare e agire nel mondo.

Potrebbe interessarti anche:

AI4SG – L'intelligenza artificiale per il bene sociale

AI4SG – L'intelligenza artificiale per il bene sociale