Dalla tecnologia alla partecipazione, cambiare punto di partenza.

Dalla tecnologia alla partecipazione, cambiare punto di partenza.

Perché il vero cambiamento non è negli strumenti, ma nel modo in cui li usiamo

Nelle ultime settimane non ho scritto articoli su questa newsletter, non per mancanza di idee ma per mancanza di chiarezza. Ho cambiato lavoro, sono entrato in un nuovo progetto, Filopea, e come succede quando inizi davvero qualcosa da zero, per un po’ smetti di avere risposte e inizi a farti domande.

È una fase strana, a tratti scomoda, ma necessaria, perché quando cambi contesto non cambiano solo le priorità, cambia proprio il modo in cui osservi i problemi.

Per anni mi sono occupato di innovazione e fundraising in Dynamo Camp, un contesto strutturato, con sfide complesse ma anche con sistemi già esistenti su cui lavorare, ottimizzare e migliorare. Oggi continuo a dare un contributo su questi temi, soprattutto sull’AI, ma nel frattempo mi trovo in una situazione completamente diversa, costruire qualcosa da zero.

E costruire da zero ti costringe a fare una cosa che spesso evitiamo, semplificare davvero, togliere il superfluo e arrivare al punto.

L’illusione degli strumenti

In parallelo, il contesto fuori continua a muoversi a una velocità impressionante e l’AI è ovunque, nei dibattiti, nelle strategie, nelle conversazioni quotidiane, ma più ci penso, più mi rendo conto che raccontarla come una nuova tecnologia è riduttivo, perché non è solo uno strumento che aggiungiamo a quelli esistenti, è un cambio di interfaccia.

Per anni abbiamo interagito con il digitale cliccando, navigando e cercando, oggi iniziamo a farlo parlando, chiedendo e dialogando, e questo passaggio è molto più profondo di quanto sembri perché modifica il modo in cui le persone accedono alle informazioni, prendono decisioni e, soprattutto, agiscono.

E qui si inserisce un punto che secondo me abbiamo sottovalutato per anni, avere più strumenti o più informazioni non significa automaticamente fare meglio le cose, non significa creare più valore e non significa generare più impatto.

È una semplificazione che non regge più.

Il vero problema è la distanza. Se guardo al non profit, questo è ancora più evidente. Le persone vogliono contribuire, vogliono aiutare, partecipare e sentirsi utili, e questa non è mai stata la vera barriera. Il problema è la distanza, distanza tra chi vuole fare qualcosa e chi ha bisogno, distanza tra le opportunità e la loro visibilità, distanza tra il tempo reale delle persone e le modalità con cui proponiamo l’impegno.

Negli anni abbiamo provato a colmare questa distanza con strumenti, piattaforme, campagne e processi, ma spesso abbiamo aggiunto complessità invece di ridurla. Ed è qui che ho iniziato a farmi una domanda più radicale, e se il problema non fosse come migliorare quello che esiste, ma come ripensarlo completamente.

Filopea: cambiare il punto di partenza

Filopea nasce esattamente da questa domanda, non come l’ennesima piattaforma che organizza opportunità, ma come un tentativo di cambiare il punto di partenza. Oggi il modello dominante è questo, le organizzazioni pubblicano bisogni e le persone devono cercare, filtrare, capire e adattarsi, ed è un modello che funziona ma richiede tempo, attenzione e spesso anche una certa familiarità con il contesto.

Ma cosa succede se ribaltiamo la logica e invece di partire dalle organizzazioni partiamo dalle persone, dalla loro disponibilità reale, dal tempo che hanno, dalle competenze che vogliono mettere a disposizione e dal momento della loro vita.

Immagina un sistema in cui una persona può dire semplicemente che ha due ore libere o quali sono le cose che sa fare e ricevere proposte concrete, rilevanti e sostenibili, non infinite liste da navigare ma possibilità reali da attivare.

Questo passaggio, che sembra semplice, implica un cambiamento profondo, perché non stiamo solo costruendo uno strumento ma stiamo cercando di ridurre una distanza.

L’AI come infrastruttura, non come promessa

In questo scenario, l’intelligenza artificiale gioca un ruolo importante ma non nel modo in cui spesso viene raccontata, non è il centro della storia ma l’infrastruttura invisibile che può rendere possibile questo tipo di esperienza. Può aiutare a leggere i bisogni, a interpretare le disponibilità e a costruire connessioni più rilevanti tra persone ed enti, può ridurre la complessità, semplificare l’accesso e rendere più naturale l’interazione, ma può fare anche l’opposto.

Può aumentare il rumore, creare distanza e amplificare le disuguaglianze, e la differenza la fa il modo in cui la progettiamo.

Un passaggio delicato

Ho la sensazione che siamo dentro un passaggio delicato, una fase in cui le possibilità tecnologiche crescono più velocemente della nostra capacità di orientarle, una sorta di adolescenza tecnologica in cui abbiamo accesso a strumenti potentissimi senza avere ancora piena consapevolezza delle loro implicazioni.

In queste fasi è facile farsi prendere dall’entusiasmo o dalla paura, ma entrambe, prese da sole, servono a poco e quello che serve davvero è lucidità.

Alla fine, la questione non è tecnologica, progettuale e, ancora più in profondità, è etica.

La responsabilità di costruire

Perché quello che costruiamo oggi definisce il modo in cui le persone potranno partecipare domani, definisce quanto sarà facile contribuire, quanto sarà accessibile il bene comune, quanto sarà diffusa la possibilità di attivarsi.

Non ho tutte le risposte, anzi, probabilmente oggi ho più domande di qualche mese fa, ma una cosa mi è chiara.

Non stiamo solo introducendo nuovi strumenti, stiamo disegnando nuove modalità di partecipazione e provarci, oggi, non è solo un’opportunità, è una responsabilità.

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