Sto leggendo “La differenza fondamentale” di Luciano Floridi e mi ha colpito un passaggio che descrive con estrema precisione un comportamento ormai abituale.
Quando parliamo di AI, tendiamo spontaneamente a usare un linguaggio antropomorfico: la definiamo intelligente o stupida, ci chiediamo se capisca davvero, se “abbia imparato”, se ci abbia ingannati o aiutati.
È un modo di parlare comprensibile, quasi inevitabile, ma anche profondamente fuorviante.
Di fronte a nuove forme di agency artificiale, usiamo lo stesso vocabolario. Malediciamo le macchine per la loro stupidità, ci meravigliamo della loro intelligenza, ci chiediamo quanto possano capire, cerchiamo di ingannarle.
Il rischio è quello di guardare l’intelligenza artificiale dal punto di vista sbagliato. Gran parte del dibattito pubblico e professionale si concentra sulla sua presunta intelligenza, se sia paragonabile a quella umana, se possa diventare cosciente e se un giorno potrà sostituirci. Questa ossessione finisce per nascondere il vero nodo della questione.
Il problema non è quanto l’AI sia intelligente, ma che tipo di ruolo stia assumendo nel mondo.
Dall’intelligenza all’agency
L’intelligenza artificiale non va compresa principalmente come una nuova forma di mente, ma come una nuova forma di agency artificiale, cioè come una capacità inedita di incidere sulla realtà producendo effetti concreti.
In termini semplici, per agency si può intendere la capacità di un’entità di agire nel mondo e generare cambiamenti osservabili. Non è necessario che questa entità abbia intenzioni, coscienza o comprensione di ciò che fa, ciò che conta non è il “capire”, ma l’“agire” e l’impatto che ne deriva.
Esempi: un termostato che regola la temperatura di una stanza, un algoritmo che decide quali contenuti mostrarci sui social, un sistema che automatizza decisioni organizzative: tutti questi sistemi possiedono agency, pur essendo privi di qualsiasi consapevolezza o responsabilità morale.
Perché questo conta nel fundraising e nel Terzo Settore
Questa distinzione diventa particolarmente rilevante nel contesto del fundraising e, più in generale, del Terzo Settore. Quando sistemi digitali o di AI vengono utilizzati per decidere chi contattare, quando farlo, con quale frequenza e con quale tipo di messaggio, non stanno semplicemente rendendo più efficiente un processo. Stanno intervenendo attivamente nella relazione tra un’organizzazione e le persone che scelgono di sostenerla.
L’agency artificiale, in questo caso, agisce in modo silenzioso ma profondo. Influenza l’attenzione, modella il coinvolgimento emotivo, incide sulla percezione di libertà o di pressione.
Nel tempo può contribuire a plasmare aspettative, abitudini e comportamenti dei donatori, ridefinendo il modo in cui la relazione di fiducia viene costruita e mantenuta.
Nel settore profit questo tipo di agency viene spesso valutato principalmente in termini di efficienza, ottimizzazione e performance. Nel Terzo Settore, però, la posta in gioco non è solo l’efficacia della raccolta fondi, ma la qualità delle relazioni e la tutela dell’autonomia delle persone.
Il fundraising si fonda su scelte volontarie, che dovrebbero essere libere, consapevoli e coerenti con i valori individuali. Ogni tecnologia che influenza queste scelte incide direttamente su un elemento centrale: la fiducia.
L’agency artificiale non comporta responsabilità morale, i sistemi di AI agiscono e producono effetti, ma non possono essere ritenuti responsabili delle conseguenze delle loro azioni. La responsabilità resta interamente in capo agli esseri umani, a chi progetta questi sistemi, a chi li implementa, a chi ne definisce obiettivi, metriche e limiti.
Attribuire intenzioni o colpe alle macchine, attraverso un linguaggio antropomorfico, rischia di diventare una comoda scorciatoia. Parlare di un’AI “cattiva”, “stupida” o “troppo intelligente” può semplificare il discorso, ma finisce per oscurare il vero luogo della responsabilità: le scelte umane e organizzative.
Alla luce di queste considerazioni, la domanda centrale non è se l’intelligenza artificiale debba essere utilizzata o meno nel fundraising o nel Terzo Settore. La vera questione è un’altra: che tipo di agency vogliamo introdurre nelle relazioni che caratterizzano il non profit?
E, soprattutto, questa agency contribuisce ad ampliare o a ridurre la capacità delle persone di scegliere liberamente e consapevolmente se sostenere una causa?
È una domanda etica e di governance che precede qualsiasi valutazione puramente tecnologica. Una domanda che il Terzo Settore, proprio per la sua missione e per i valori che incarna, non può permettersi di ignorare.
