Se la conoscenza diventa una commodity, cosa ci resta?

Se la conoscenza diventa una commodity, cosa ci resta?

Se Altman ha ragione e l’AI diventa commodity come l’elettricità, il vantaggio competitivo del fundraising non sparisce, si sposta. E va esattamente dove lavoriamo da sempre.

Se l’intelligenza diventa una commodity

Sam Altman ha detto una cosa che vale la pena prendere sul serio:

l’intelligenza artificiale potrebbe diventare una commodity, qualcosa che si compra come l’elettricità, la banda, lo spazio cloud.

Non software specifici, ma capacità di ragionamento, analisi, sintesi, progettazione, vendute a consumo.

Se è vero, cambia un assunto su cui poggia gran parte del nostro lavoro: che la conoscenza sia il risultato di un percorso. Anni di studio, di errori, di relazioni costruite. Domani potrebbe essere disponibile quasi all’istante, per chiunque, allo stesso prezzo.

E allora dove si sposta il valore? Per secoli il vantaggio è stato sapere qualcosa che gli altri non sapevano, avere accesso a informazioni difficili, accumulare competenze specialistiche.

L’AI sta abbassando tutte queste barriere insieme. Nel nostro settore la tentazione è la paura, se la macchina scrive l’appello, segmenta i donatori, redige il caso, allora il fundraiser cosa diventa?

La corrente è uguale per tutti

L’elettricità è uguale per tutti, la differenza non la fa la corrente, la fanno le organizzazioni che la usano, i prodotti che costruiscono, le idee che alimenta. Con l’AI potrebbe accadere lo stesso, l’intelligenza diventa infrastruttura, disponibile per tutti, e la differenza diventa cosa decidiamo di costruirci sopra.

Quando l’intelligenza è abbondante, smette di essere il vantaggio, lo diventa ciò che le dà direzione.

Da qui arriva l’intuizione che mi interessa di più, se l’intelligenza diventa abbondante, ciò che diventa raro è la fiducia. Le persone troveranno informazioni ovunque, ma continueranno a chiedersi le stesse cose, di chi posso fidarmi, chi usa questa tecnologia in modo onesto, chi condivide i miei valori, chi ha davvero a cuore quello che fa.

Sono domande che nel fundraising conosciamo da sempre, non le abbiamo mai delegate a un dato, nascono dalla relazione.

L’umanità diventa così la nostra intelligenza competitiva, non perché saremo più intelligenti delle macchine, non lo saremo, ma perché abbiamo una storia, un’empatia, dei valori, delle intenzioni, una responsabilità verso chi riceve e chi dona.

Tutte cose che danno una direzione all’intelligenza, invece di limitarsi a produrla, l’AI amplifica la causa, ma la causa continua a nascere da esseri umani che immaginano un futuro diverso e le persone non si attivano per un algoritmo, si attivano per una causa.

Dare significato alla conoscenza

Proviamo a metterla in fila, prima, il valore era possedere la conoscenza, oggi, il valore è accedere alla conoscenza, domani, il valore sarà dare significato alla conoscenza.

Se questo è vero, il fundraising non è un mestiere minacciato dall’AI, è uno dei pochi mestieri costruito esattamente sull’unica cosa che l’AI non produce.

Il fundraising è la capacità di mobilitare persone intorno a uno scopo, con fiducia.

Il futuro non appartiene a chi possiede l’AI migliore, quella, se Altman ha ragione, ce l’avremo tutti.

Appartiene a chi sa combinare meglio tecnologia, fiducia, valori, creatività e capacità di muovere altre persone verso un obiettivo comune, per noi non è una previsione inquietante, è la descrizione del lavoro che facciamo da sempre.

L’AI ci chiede solo di farlo con più consapevolezza, e di smettere di confondere la potenza dello strumento con il senso del gesto.

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